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La malinconia la portavano i fiumi.
Non lo sapevo, ma il punto finora più duro del viaggio é stato quello dove i fiumi smettono di colare nel Mediterraneo. Mi hanno spiegato che ho passato il crinale dove i corsi d’acqua cominciano a scorrere verso la Senna, che va a dissetare l’Atlantico, e non più nel Rodano, che accarezza Marsiglia e si tuffa nelle calde acque Mediterranee. Insomma, dopo le Alpi, pure questo ulteriore simbolico ostacolo geografico mi separa ulteriormente dall’italico mare; buffo che a parlarne tanto sia un abitante dell’unica regione della penisola senza coste.

Ho dovuto riempirmi le orecchie di musica, cosa che non avevo fatto per 1300km, tanto erano monotoni e indifferenti gli spazi rettilinei che calpestavo. Purtroppo solo oggi a Reims sono riuscito a scaricare i meravigliosi brani di Radiocontromano, ma meglio cosi, chè da domani danno pioggia e ne avro’ un gran bisogno (un ringraziamento speciale a Patrick, un couchsurfer da fargli una statua, che tra le altre mille cose mi ha concesso due giorni di computer per recuperare tutta la burocrazia informatica: camminare non è mai stato cosi digitale).

Il tempo é cambiato. Non fa più freddo; questo vuol dire che se i bar sono chiusi, io ci rimango sempre male ma almeno mi ci posso sedere davanti a mangiare il mio panino all’aperto senza rischio di congelare. E il cielo è grigio, il che é un bel cambiamento: non è più quella cupola bianco-sporca bassa identica compatta e senza speranza. Ora é grigio, di tanti grigi diversi, nuvole di forme da indovinare e cumuli in movimento; poi qualche volta se ne strappa pure un brandello e Modugno comincia a farsi sentire.

Cosi, presa la rincorsa sul viadotto di Chaumont, son passato a fare un saluto a De Gaulle e da li partito in sella ad un tappo di champagne poco frizzante che ha sbattuto sulla cattedrale; da lassù si vede bene: il paesaggio è ancora eminentemente agricolo ma i campi sono più verdi (forse lo erano pure sotto la neve), i villaggi più frequenti e le strade più facili.
Le scarpe continuano a distruggersi, ma non ho il cuore di abbandonarle, si meritano di arrivare a destinazione e morire gloriosamente in terra inglese. La terra dove la mia méta è tornata a fare la méta appunto, dopo una breve visita francese che se da una parte mi ha rimesso al mondo dall’altra mi ha fatto sentire tutta l’assurdità di starle ancora a lungo lontano; questo e la fatica e l’inverno e i cetrioli nei panini mi hanno convinto a rivedere il percorso, sfrondarlo di alcune tappe inutili, allungarne delle altre e insomma accelerare il passo e abbreviare un poco il tragitto per arrivare prima possibile a Calais, dare il cinque a Chauser, saltare il Tamigi con una capriola e correre a Cambridge a mangiare fudge fino a scoppiare. Tanto qui la Francigena non sanno neanche cosa sia, io dico una roba tipo Santiago e loro annuiscono soddisfatti e fanno bon courage (che è un augurio bellissimo e intraducibile). E poi oramai posso programmare di meno, riesco sempre a trovare una soluzione per la notte, le giornate si allungano e le gambe tengono bene.

Ma si, domani Piccardia, tredicesima regione europea attraversata. Son cose (cit.).

Animale guida: tacchino (ovviamente)
Cose tornate utili: campanile
Cose tornate inutili: guanti
Frase del giorno: gradisce del burro col formaggio?

 

 

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