7,3 Km/h

Voglia di arrivare. Stanchezza, curiosità inglese, ingordigia. I piedi (o qualunque cosa siano diventate quelle due patate bitorzolute attaccate alle caviglie) e le gambe sono ormai insensibili alla fatica e alla bellezza (o alla bruttezza, dipende). Raddrizzo sempre di più la strada, vado più veloce e salto le tappe previste. Se tutto va bene DOPODOMANI sono a Calais e lascio la Francia e il continente. Da quattro-cinque giorni neanche i luoghi che attraverso mi stimolano a rallentare (eccezion fatta per la cricca di Arras): campi insignificanti, paesini poverelli e bruttini abitati dai nipoti disoccupati dei minatori, cimiteri dei soldati del Commonwelth ogni dieci kilometri. In compenso il tempo é semplicemente perfetto: nuvolette e schiarite, freddo secco, vento alle spalle. Cuffie, play e via andare, poche foto, poche chiacchiere; neanche la pausa té, ché la Francia m’é costata il doppio dell’Italia (ci ho provato a spiegare la politica italiana ai francesi. Si stupiscono, faticano a crederci e, per solidarietà, si lamentano di Sarkozy).

Per il resto mi sono limitato a seguire quel simpatico cane senza testa: mi ha raccontato di una vecchia rissa a Praga, della sua vita che é un maglione, di quando ha intervistato Dario Fo suonando un ukulele con tre corde e contando dieci pallottole; ha anche recitato in endecasillabi, interrotto dalle risate del Drugo (a quantità infinite), dai CSI, da De Dregori, Capossela, da un Mozart stranamente stonato che canta Summertime e parecchie altre meravigliose voci fuori dal coro. In una parola, radiocontromano. Grazie.

 

 

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