Lagnes - Fontaine de Vaucluse - L’Isle-sur-la-Sorgue – Saint Christol

La colazione che ci aspetta è a dir poco meravigliosa. Sull’ampio terrazzo investito dal sole delicato del mattino, con gli uccellini che cantano e una tenda bianca a fare ombra. La tavola è apparecchiata con gusto e colore, le marmellate sono fatte in casa, ci sono pesche dolcissime, il caffè caldo, i croissant burrosi. Questa donna è solare, e armoniosa, e bella. Inserita nel contesto giusto, mi viene da pensare. Ci racconta la sua scelta di vivere li, con il suo laboratorio d’arte. Ce ne andiamo davvero a malincuore.  Forse è vero quello che dicono, che si dimenticano le cose nei posti dove si intende ritornare…  non abbiamo dimenticato niente, ma mi sono accorta appena in tempo, proprio uscendo, di avere tenuto la chiave della stanza, anch’essa antica, di quelle pesanti e grosse da segreta di castello… La restituisco ringraziando la strada di avermi portata fino ad incontrare questo piccolo spicchio di vita, che non dimenticherò.

Appena incamminate, attraversiamo un ponticello blu un po’ impressionista. Il panorama è molto diverso da prima, più verde, fresco, ombroso. Seguendo la strada asfaltata arriviamo lungo la Sorgue. Riusciamo a salire su un ponte molto alto che pare un’ antico acquedotto, con l’acqua che vi scorre sopra. E’ inconsueto questo punto di vista, impressionante: dall’alto l’alveo del fiume è verde, rigoglioso di alghe e piante acquatiche, sembra un prato liquido che ondeggia mollemente al vento. Scendiamo, e costeggiamo il fiume controcorrente, sulla sua riva destra, fino ad arrivare a Fontaine de Vaucluse dopo qualche ora. Il paese è molto piccolo, e ci lasciamo subito attirare da una chiesina di pietra minuscola, semibuia. C’è un pianoforte a coda nero, lucido, sotto l’abside. Solo un altare di pietra, e una finestra colorata. Una signora, la perpetua credo, continua indaffarata ad andare avanti e indietro sistemando le cose: riposiziona le sedie di tre centimetri, ruota un po’ i vasi di fiori producendo appena un rumore con le scarpe sul pavimento. Ha i capelli rossi con le mèches, e si inginocchia ogni volta che passa davanti all’altare. L’essenza ruvida e scarna della pietra ci parla direttamente, senza interferenze, né giri di parole. C’è silenzio, un silenzio completo, ed un contrasto enorme con la luce di fuori. Rimaniamo un po’ li, ad appoggiare i pensieri alla pietra, a lasciarli raffreddare, riposare. Sembrano minuti lunghissimi. Ancora la signora sistema i lumini, le sedie, spostandole di un millimetro. Si intuisce un vuoto pieno.

Riprendiamo il nostro viaggio. Un sentiero conduce alla sorgente della Sorgue sotto una parete spiovente, quasi verticale. E’ maestosa, stare li sotto dà un vago senso di inquietudine, come  di spavento. E’ una porta verso una galleria sotterranea.  Così, questo lago oscuro e profondissimo, una grotta verticale riempita d’acqua, affascina decine di appassionati di immersione, che escono dall’acqua appesantiti dalla muta e dalle bombole e risalgono le rocce con il fiatone. Sale un’aria fredda.

Tornando verso il paese ci fermiamo a mangiare una crèpe allo zucchero, e a visitare la cartiera che è nata sulle rive del fiume sfruttandone sin dal medioevo la corrente. Sono ancora visibili gli antichi macchinari in legno. Gli scaffali sono ora pieni di carte artigianali, a grana grossa, decorate da fiorellini minuti di lavanda e frasi celebri.

Decidiamo quindi di dare una svolta ludica, ma sempre a “impatto zero” e soprattutto lenta, al nostro cammino. Discendiamo il fiume in canoa fino a L’Isle-sur-la-Sorgue, che la nostra meravigliosa padrona di casa ci aveva vivamente consigliato per la sua suggestione, essendo piena di brocantes e di canali d’acqua. Ci sono due noleggi di canoe lungo il corso del fiume. Partiamo. Sono  canoe colorate di plastica, da due. E’ abbastanza difficile coordinare i movimenti, soprattutto all’inizio. Chi siede davanti deve remare per dare velocità, chi sta dietro per dare la direzione. Non sempre è facile tenere il proprio ruolo e fidarsi dell’altro. La reazione della canoa non è immediata, bisogna sapere prevedere i movimenti, e aspettare con tranquillità. All’inizio, continuiamo a sbandare, a perdere la rotta, a trovarci controcorrente. Ma poi diventa più semplice. Ci fermiamo anche una decina di minuti lungo il tragitto su un isolotto, per fare un bagno.

L’Isle-sur-la-Sorgue è davvero bella. Ci sono canali che la attraversano, e negozi di antiquariato provenzalissimi, cose vecchie, rottami, cose nuove che sembrano vecchie. Mobili azzoppati, bauli rotti, gabbie per uccelli in ferro, cianfrusaglie di ogni tipo. Un gusto un po’ naif che adoro. L’atmosfera è tranquilla, rilassata. Continuo a domandarmi come sarebbe la vita, qui. Di quale ritmo avrebbe bisogno, di quali rapporti umani. Passeggiamo un po’ per la città curiosando nella confusione di quelle botteghe, innamorate di tutto. Ma il vincolo dello zaino e del suo peso limitano la nostra brama di  oggetti, come è giusto che sia. La libertà ha il prezzo della leggerezza! Per consolarci, decidiamo di concederci un pisolino ristoratore sull’erba fresca e tenera del parco.
E’ la fine del cammino. Ora si tratta solamente di tornare al punto di partenza, con i mezzi pubblici, riprendere l’auto e la strada di casa. Saliamo su di un primo autobus che ci porta a Cavaillon, e da qui ne aspettiamo un altro per una mezz’ora. Il pullman arriva con una decina di minuti di ritardo, e il conducente, appena le porte si aprono, si scusa sbracciandosi in mille affrangimenti per il ritardo dicendo qualcosa a proposito di un incidente sulla strada da Avignone. Rimango un po’ interdetta e non capisco subito, credo che ci sia un problema a salire, esito sulla scaletta. Poi colgo, e mi sconvolgo perché da noi una simile premura su di un pullman non si è vista mai.

L’auto è ancora li dove l’avevamo lasciata. Sembra strano adesso tornarvi. Sono le otto di sera ormai, cerchiamo un posto dove mangiare delle crèpes e riposarci un’ora. Per la notte, abbiamo contattato una sorta di ostello  gestito da un’associazione speleologica che si trova sul Plateau d’Albion, a Saint Christol, a circa  30  km verso nord. Ci mettiamo in viaggio che è già buio.
La strada stretta sale sulle montagne, ed è completamente priva di illuminazione. E’ una zona di montagne basse ma selvagge, semidisabitate. Percorriamo decine di minuti senza che vi sia traccia di antropizzazione, solchiamo un altipiano semidesertico. Sale un po’ di nebbia, e il paesaggio diventa incantato. Arriviamo al paesino dove tutto tace. Poche sono le luci accese dietro le finestre. Cerchiamo l’ostello, ma le vie sono strettissime e la macchina non sempre passa agevolmente, ci confondiamo con i sensi unici. Chiediamo alle uniche persone che incontriamo, una coppia di ragazzi giovani molto gentili. Alla fine troviamo la porta d’ingresso in una viuzza buia. Risponde al citofono un ragazzo. L’ostello come prevedibile è completamente vuoto, ci sono solo i gestori, quattro ragazzi sui 25 anni, che cenano dopo una giornata di visite guidate per gruppi in qualche grotta. Sono molto simpatici e solari, rilassati e sorridenti. Crolliamo nei nostri letti che ancora si sentono le loro risate giù, nel cortile, intorno ad un tavolo apparecchiato.

 

 

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