Da Milano a Manosque, in macchina

Siamo partite che il sole stava ancora sorgendo, la luce incerta della prima mattina svelava piano le forme familiari della via. Quando la sveglia suona spalancando una giornata voluta, la si accoglie con prontezza, leggeri, senza voglia di rimandare l’inizio. Lo zaino già pronto nel soggiorno, un caffè forte, l’inusuale silenzio nella strada. Ho soltanto dimenticato i cd in casa, e sono dovuta risalire a prenderli. E’ bello scegliere la colonna sonora di un percorso, è un po’ come scegliere le scarpe: ne segna l’andamento, il ritmo. Dà la possibilità al pensiero di trovare una strada per sollevarsi dal panorama, cercare altre direzioni.

L’autostrada abbraccia Milano sonnacchiosa al mattino, il cielo è grigio e pesante, quasi arrabbiato. Comincia una conversazione lenta tra di noi, accompagnata dal fresco dell’aria.  Ci superano alcuni camion, ci suonano per rompere la monotonia della loro giornata rettilinea e asfaltata. Io prima non capisco, controllo le luci e le portiere, poi colgo, siamo due ragazze, e per di più contente. Partire verso giornate imprevedibili ci dà un brivido, e allo stesso tempo una sicurezza: di esserci riprese il tempo, di deciderne noi la velocità e l’andamento, le pause e gli sforzi, di lasciarci tutto dietro schiacciando l’acceleratore.
Decidiamo di fare una prima pausa alla Sacra di San Michele, all’imbocco della Val di Susa, per dare un senso di bellezza al nostro viaggio, fin da subito. La si vede dall’autostrada, arroccata sopra uno sperone di roccia spiovente. Percorriamo in macchina la via tortuosa nel bosco, e arriviamo nel parcheggio sterrato quando manca ancora mezz’ora all’apertura. E’ bella questa impressione di essere in anticipo sulle cose. Non c’è nessuno. I monti intorno sono avvolti di nebbia. A tratti pioviggina, fa freddo con addosso soltanto la maglietta e i sandali. Per arrivare alla Sacra, percorriamo a piedi quasi un chilometro di mulattiera in salita, su per il monte, attraverso un bosco di querce profumate. La nebbia è dappertutto, ci ovatta i sensi. Ad un tratto ci accorgiamo di essere proprio sotto il muro del monastero. La sacra è sopra di noi, ma celata dalla bruma, dall’umido. C’è un’atmosfera austera e misteriosa, come irreale. La scalinata che saliamo ci fa pensare ad un rito di iniziazione, ad un’ascesa verso qualcosa di impalpabile, come la nebbia, eppure pesante di significati. La ragazza della biglietteria ancora non è arrivata, aspettiamo qualche minuto. E poi percorriamo lo scalone dei morti, del XII secolo. Scopriamo che l’abbazia è appoggiata alla roccia, ne è addirittura parte, non c’è discordanza tra ciò che è stato pensato e costruito dall’uomo e ciò che la natura ha messo al suo posto con imperscrutabile intelligenza. In cima allo scalone il vapore soffia verso monte, come sospinto da qualcuno. C’è un odore di vecchio, di umido. Il portale in cima allo scalone riporta i dodici segni dello zodiaco, e altrettante costellazioni australi e boreali, con personaggi dalle buffe facce con gli occhi sporgenti, che ci fermiamo a fotografare. Dentro, l’abbazia è essenziale e austera, il romanico e il gotico si armonizzano in forme luminose.

Ci piace avere iniziato il viaggio così. Allontanandoci, ci viene da pensare che si tratti come del bastione di una porta, di un passaggio verso altro, in alto e di lato. Un simbolo di quello che il nostro cammino vuole essere: un pretesto geografico per una discesa dentro di noi, ed una salita sopra di noi.
Guido fino al Monginevro senza stanchezza. L’aria è fresca, la musica piacevole. Poi ci diamo il cambio, finché ci fermiamo in una piazzola francese a pranzare. Sotto l’ombra di un albero e al canto quasi ossessivo delle cicale, mangiamo la nostra insalata di riso con le verdure grigliate tra le chiacchiere, che adesso, con l’uscita del sole, si sciolgono e prendono una consistenza più calda, più liquida. Ce ne stiamo così, per un po’, sdraiate all’ombra, immerse nei nostri discorsi e distanti dalle macchine che intorno a noi continuano a passare veloci.
Ripartendo, il primo angolo di bellezza che ci fa fermare nella campagna delle alpi provenzali è un bellissimo campo di girasoli, a bordo strada. Ci sono anche da noi, i girasoli, ma qui è diverso. Con le casette con le imposte azzurre e il cielo spumoso dell’estate, ci sembra di trovare il sole in un prato. Ci accompagna una musica di pianoforte, dall’autoradio. Sembra di vedere una pellicola attraversando i paesi stracolmi di fiori nelle aiuole, sui lampioni, alle finestre delle case. Sembra averlo capito, questa gente, che vivere circondati di bellezza è importante. Le vite effimere dei fiori sono prese sul serio, il loro valore ammiccante è colto. L’armonia aiuta a vivere bene, penso, a sollevarsi un po’ da terra.

Arriviamo infine nel pomeriggio a Manosque , nostra prima meta. Due porte segnano l’ingresso nel centro, una romanica, l’altra medievale. All’ufficio del turismo troviamo le prime informazioni, e in una libreria le carte 1:25000 dell’IGN che ci saranno indispensabili per il cammino. Ci riposiamo un momento mangiando un gelato. Il centro della città è proprio suggestivo, fatto di vie piccoline, minuscoli negozi di libri usati, grandi platani ombrosi, e moltissimi tavolini dei caffè all’aperto. Le persone camminano piano in ciabatte, come fossero in vacanza. Ma è giovedì! Quadri impressionisti nella mente. Sulla piazzetta si aprono bellissime finestre adornate di piccoli dettagli che fanno rallegrare. Vasi di conserve, di fiori, campanelle, riccioli in ferro battuto.
Manosque è la città natale di Jean Giono. Mi torna in mente ‘L’uomo che piantava gli alberi’, la storia illuminante di quel pastore che faceva rivivere di boschi la vallata secca e abbandonata piantando in silenzio, quasi di nascosto, cento ghiande al giorno, per anni.
L’ostello è appena fuori dal centro, su una collina. E’ un ambiente familiare e amichevole. Alcune persone siedono all’aperto, davanti all’edificio, crogiolandosi all’ultimo sole della giornata. Riscaldiamo la nostra zuppa nella cucina comune, e ci sediamo su un tavolone nel cortile a mangiare, vicino al barbecue. Allo stesso tavolo arrivano in breve anche gli altri avventori dell’ostello. Si conoscono tutti, molti di loro trascorrono in ostello l’intera stagione, e hanno organizzato una grigliata con una caprese. C’è un ragazzo italiano che conosce moltissime parole in francese, e le pronuncia italianissimamente. Si crea in alcuni momenti un silenzio vagamente imbarazzato. Quello di persone che si sentono di dover comunicare, ma che si conoscono poco. Mi dà l’idea di essere un posto frequentato da gente che stava, semplicemente, appoggiata li, fuori dallo scorrere del tempo, fuori da un paesaggio. Qualcosa di potenzialmente gioioso ma infondo un po’ stonato. Si sono messi a bere, a fumare. Come per mancanza di argomenti, o di contatto. Forse è per questo che si beve, nelle serate, pensavo. Strana accozzaglia di personaggi al di fuori del tempo. La radio manda canzoni cubane estive, tranquille, e la Ele ha voglia di ballare. Guardiamo le cartine aprendole sul tavolo. In genere non mi piace affrontare in anticipo questo genere di dettagli. E’ una forma mentale, credo. Quella di prevedere mi sembra a volte un voler sottrarre all’imprevisto, alla circostanza, allo stupore. Si fa buio, si è accesa una catenella di lucine colorate sopra di noi.

 

 

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