Una piccola appendice al viaggio

Due giorni a Dehli. Bello, direte. Io ne avrei fatto volentieri a meno, pieno come ero di ricordi degli ultimi giorni di cammino perfetto. In piu' c'e' un caldo da sciogliere il poco grasso che mi e' rimasto attaccato alle ossa. Mi sono comprato un vestito indiano leggero che tiene lontani i postulanti e gli impiccioni e mi sono chiesto cosa ci fosse da vedere. La citta' non e' poi quel casino cha mi era apparso il primo giorno. Dopo quello che ho visto altrove (ah, la stazione di Haridward, la bolgia dantesca!) qui le cose, bene o male, girano.

Allora, ieri sera, al calar del sole, ho pensato di andare a vedere la Yamuna, l'unico di quattro affluenti che raggiunge la Ganga (si dice cosi') dopo Dheli. Le altre acque sacre le avevo salutate sul bel lungofiume di Haridvard, potenti ed allegre, piene di corone di fiori e di candele accese dentro barchette di foglia. Una devozione commovente da parte della gente piu' disparata.

Yamuna River? Sembrava di chiedere di visitare la discarica comunale.
Perche' la Yamuna? E' lontana, duecento rupie di risho', cinque di bus cadente a pezzi. Due cambi e mi hanno fatto scendere in mezzo ad un ponte a
cinque corsie indiavolate.

Prima ho sentito l'odore, metano puro, poi, tra cavalcavia, scarpate e discariche ho visto delle acque nere, non per l'oscurita'. Oltre a me osavano accostarsi a quella cloaca una mucca nera famelica, un cane giallino in cerca di refrigerio (o voleva cambiar colore di pelo?) e due sadu imperterriti che salmodiavano in un tempio fatto di stracci in cui occhieggiava inquietante una Kali' piu' nera del fiume.

Ho fatto loro vedere le mie foto della sorgente a Yamunotri ma a loro andava bene quella roba li' puzzolente. Sempre Yamuna e'.

Stavo per allontanarmene quando un gruppo di bambini , neri di loro, si sono gettati nudi in una pozza oleosa ed hanno cominciato a frugare il fondo
estraendo qualche oggetto non identificabile. Ridendo felici sono scappati con una mezza statua dal volto disneyano, ancor drappeggiata di rosso.

Ormai era tutto buio e dovevo rienrtrare. Si' , ma come? Altro bus, altra fermata. L'indirizzo del mio albergo e' un palazzo circolare tipo il Foro Bonaparte di Milano con tre giri concentrici. Niente nomi di vie sui muri.
Avevo memorizzato il posto: lavori in corso, un chiosco di spremute di frutta, un negozio della Nokia, un mendicante senza gambe. Povero me... ce
n'era dappertutto, lavori, mendicanti, negozi Nokia. Sono ricorso a mitico Put Put, un triciclo a motore il cui nome fa capire tutto. Il conducente mi
ha preso per deficente, indicazioni troppo vaghe, ha fatto diabolicamente tre giri del palazzone e, col tassametro mentale che saliva, e' passato
proprio davanti al mendicante, che era sempre li'. Non voleva farmi scendere, no, non e' qui, ma io sono sceso, ho dato tre rupie all'uomo a terra e 100 a quello in sella.

Va beh, oggi staro' tranquillo, in fondo ho bisogno di riposo.

E cosi' il viaggio non vuole finire, da' continui colpi di coda, ma domani saro' con largo anticipo al Terminal 3 di quel posto luccicante a sfarzoso che e' l'aeroporto di Dehli. La cosa meno indiana che abbia visto da queste parti.

Mi fara' passare la nostalgia del mio fantastico cammino e mi aprira' il cuore alla voglia di ritrovare il mio mondo, che non e' poi cosi' male come si dice.

 

 

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