La salita alla più sacra delle sorgenti

Goumunkh, Goumunkh, bocca di mucca. Vacca!
Vacca qui è inteso come imprecazione, con rispetto parlando dei sacri animali che qui ingombrano le strade. Sì, per la seconda sorgente ho avuto da imprecare. Un pellegrinaggio così non è una marcia nuziale, lo sapevo, ma cento chilometri di salita in una gola da incubo con una diarrea da far ingrossare il fiume, mettono alla prova. Cibo immondo, letti pulciosi, pioggia quotidiana nella stagione , hanno fatto da contorno. Le gambe non mi reggevano più quando sono arrivato ad Harsil, avamposto militare di frontiera, a 25 km da Gangotri. Disperato, medicine finite, stomaco rattrappito, zaino umido. Da giorni non dico una doccia calda, nemmeno l’acqua in camera.

Ebbene, l’Angelo latitante si è manifestato all’improvviso in tutta la sua potenza. Si chiama Nevio, un vecchio croato che parla triestino, aspetto da guru, animo balcanico, generoso, irascibile. Marinaio e viaggiatore, da anni passa mesi in India alla ricerca dell’amore e della verità. Col suo hindi autoritario e zoppicante ha scovato un farmacista dove non c’era nemmeno l’alimentari, mi ha trovato una stanza con acqua calda (in un secchio) e mi ha fatto cucinare senza spezie una schifezzina miracolosa. Siamo diventati amici, ha preso in custodia metà del peso dello zaino e mi ha aperto davanti il Mar Rosso proprio quando il Faraone era alle calcagna. Delle misteriose pastiche avvolte in carta di giornale e dei noti sali minerali hanno fatto il resto.

Da lì in poi è stata davvero una marcia trionfale. Superate le difficoltà burocratiche  (ci vuole un permesso, era il primo giorno di apertura ed  il consenso dipendeva anche  dal meteo), ho volato leggero. Foreste di cedri, forre con acque smeraldine, mulattiere appese sul baratro fino a Goumunkh, la famosa Bocca di Mucca, 4000 metri, la principale e più venerata sorgente.
Ormai non risentivo più tanto della quota ed in un balzo, primo visitatore dell’anno, ho raggiunto il muro di ghiaccio e neve da cui sgorga l’acqua sacra a milioni di uomini. Il tempo incerto ha aggiunto fascino al cammino. Da ogni lato, quando si aprivano le nuvole, apparivano picchi di ghiaccio, pareti vertiginose e lingue di ghiacciai. Quando ho avuto in regalo un’ora di sole ad ho visto svettare proprio in fronte a me lo Shwiling, quasi 7000 m, il Cervino dell’Hymalaia, mi sono commosso. Sono davvero io, qui, da solo, nel cuore del cuore delle montagne del mondo?

A riportarmi coi piedi per terra ci ha pensato una pietra. Mi ero avvicinato al punto in cui sgorga l’acqua per berne col mio bicchierino e fare le abluzioni di rito che liberano dal ciclo delle reincarnazioni, quando, il mio caro bastone nodoso di bambù,  appoggiato al mio fianco, è andato in pezzi con uno schianto da ossa infrante. Venti metri sopra di me finiva con un serraco bluastro strapiombante il Chaturangi Bamak, mica uno scherzo, uno dei più grandi del mondo, una cosa viva ed in movimento.
Ho rinunciato alle abluzioni e sono schizzato via tenendo ben cara la reincarnazione attuale che va benissimo così.
Notte in un tempio- bivacco a 3900 metri, con celle frigorifere al posto delle camere  ma, quattro coperte sopra, quattro sotto ed in mezzo il sacco a pelo,
ho tirato mattino.

Il raccontino è un po’ lungo ma sono ancora emozionato. Ora sono di nuovo al campo base che lascerò domattina definitivamente alla volta della terza
sorgente. Kedarnath. E’ un cammino a quote a me più consone ma con dislivelli notevoli  in una delle zone più isolate dell’India. Intestino permettendo,
parto fiducioso e curioso, finora il viaggio supera ogni più domestica fantasia.

Alla prossima, chissà quando.

 

 

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