A cammino finito… dopo il Saint Paul Trail

Dimenticatevi la rassicurante presenza di altri viaggiatori, l’organizzazione di un’alta via europea, le certezze su punti appoggio e rifornimenti.

Passato il Bosforo siamo in una piccola Asia, l’Anatolia, cuore esteso di un paese, la Turchia, che del continente asiatico anticipa i tempi lunghi, le distanze, i torridi pomeriggi seguiti da brevi crepuscoli, la complessità geografica.

Si cammina in contatto con un passato che si manifesta al moderno viaggiatore attraverso costruzioni grandiose: il percorso parte e arriva ad acquedotti impressionanti: quello di Aspendos e quello di Antiochus.

E poi teatri che resistono all’assalto del tempo - perché tutto, intorno, è ormai crollato, scomparso - strade di pietra oggi mangiate dai boschi, antichi ponti. E non solo vecchi sassi, ma posti dove gli archeologi sono oggi al lavoro.
Il viaggio a piedi lungo il Saint Paul Trail si è rivelato un cammino ad alta intensità dove abbiamo trovato quello che, in fondo, cercavamo.

Isolamento, emozioni paesaggistiche di prima grandezza, ambienti diversi – steppe, foreste, altipiani, canyon – collegati da forti dislivelli, in pieno contatto con un popolo dalla lingua incomprensibile ma dall’attitudine aperta e generosa con i viandanti.

Abbiamo percorso circa 250 km, un po’ meno di quelli previsti, in venti giorni partendo da un incrocio stradale poco prima di Aspendos, toccando Egirdir, unico centro di una certa dimensione, dopo due settimane e raggiungendo in un’altra settimana Yalvac, città moderna sorta accanto ad Antiochus in Pisidia, antica capitale dell’Anatolia romana oggi capolinea del sentiero.

La tenda si è rivelata fondamentale, l’alloggio con un tetto sopra la testa è possibile solo in alcuni casi. Ancora più importante l’abitudine all’adattamento: totale e necessaria l’adesione alla “dieta del pastore”, basica e mediterranea: pane cotto alla brace, ayran ovvero yogurt diluito, pomodori, tè, formaggi di capra, minestra di chorba. In più di un’occasione abbiamo chiesto cibo direttamente alle persone che incontravamo.

Il sentiero, lungo e ambizioso, rappresenta quasi un libro di geografia. Si va dalla piana costiera alle prime ondulazioni dei Tauri, che affrontiamo sotto un caldo soffocante, attraversando un’area colpita da un grave ed estesissimo incendio avvenuto pochi mesi fa che ha praticamente cancellato i segni del sentiero e reso l’inizio un po’ scoraggiante: fondamentale in questi primi giorni è stato il Gps.

Ritrovata finalmente la via dopo tre giornate faticose, il premio è l’incontro con la valle del Koprulu, un fiume fantastico che nel suo corso sinuoso cela una serie di canyon.

E’ zona di calcari e massicci che alternano foreste, rilievi a pinnacoli, altipiani carsici con grandi doline dove l’acqua si trova solo in pozzi nascosti: santo Gps, possedendo i waypoint dei pozzi, ci permette di trovarli senza difficoltà. In queste valli perdute si arriva talvolta, dopo ore di cammino, a piccoli paesi, spesso privi di collegamenti e di rifornimenti, dove la moschea è l’edificio più imponente e visibile da lontano, e dove all’alba e al tramonto risuonano i richiami dei muezzin.

Raggiunta la piccola città di Egirdir, ci sorprende il mercato e il traffico che dopo tanta quiete ci appare caotico. Si costeggia per un giorno l’omonimo lago posto quasi a mille m di quota, dalle acque azzurrissime, ma del tutto privo di turisti e bagnanti.

Da qui le montagne si fanno più aspre, il sentiero ci conduce a un valico a 1.800 m. Il tempo è pessimo e cerchiamo in un giorno dal meteo molto variabile di raggiungere i 2.800 m del Barla Dagi, tetto del percorso. Ci fermiamo a 2.400 m, tra nebbie, valloni selvaggi, pietraie senza alcuna traccia, grandi solitudini.

L’ultimo tratto del Trail ci riserverà ancora molte sorprese, tra cui la scoperta di un culto ancora vitale per un grande maestro Sufi scomparso, l’attraversamento della “montagna della meditazione”, l’incontro con un gruppo di pellegrine curde, la serata in compagnia di una famiglia di pescatori e con uno strano personaggio, Helmut, un tedesco-eremita che ha abbandonato l’Europa per vivere assieme alla comunità di pescatori del lago di Egirdir.

Siamo vicini ormai all’arrivo, ma prima di avvistare il grande acquedotto romano che ci accompagnerà fin dentro le rovine della grande città, dovremo ancora attraversare l’altopiano ondulato, solitario coltivato a cereali, che si estende a ovest di Yalvac, incontrando grandi coltivazioni di papavero da oppio che ci inquietano un po’.

Vorremmo ringraziare Kate Clow, specialista inglese di lunghi percorsi che, non paga di aver creato la Lycian Way, il più lungo percorso escursionistico in Turchia, ha esplorato e disegnato il Saint Paul Trail, che rappresenta un progetto coraggioso: un sentiero remoto, rivolto solo a una ristretta cerchia di volenterosi, dalla manutenzione difficile, interamente affidata al volontariato, complesso dei collegamenti, dalla cartografia inesistente, dai rifornimenti legati alla disponibilità dei locali. Il suo volume, in inglese, preciso e curato, è stato preziosissimo.

Valentina Scaglia

 

 

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