La leggerezza di essere nomadi

La saggezza orientale ci ha sempre suggerito che quello che conta, in un cammino, non è tanto la destinazione finale, ma piuttosto quanto riusciamo a sentirci felici percorrendolo. Il senso del viaggio sta nella scoperta del sentiero, negli errori di percorso, negli incontri e nelle emozioni che viviamo tendendo verso una meta. Importa relativamente quale.

Il ritmo regolare dei passi, quello del respiro, i panorami che scorrono intorno a noi e la strada che calpestiamo ci introducono in una dimensione di vuoto mentale, di quiete dei pensieri che approfondisce la consapevolezza del momento presente, del tempo che ci fluisce intorno. Camminare ci rigenera perché dolcemente accompagna la nostra discesa dentro noi stessi.

Jack Kerouac, nel libro ‘I vagabondi del Dharma’ descrive questo stato della mente come una danza silenziosa:

‘Prova a meditare sul sentiero, devi solo camminare fissando la strada sotto i piedi senza guardarti intorno  e così cadi in trance mentre la terra scorre sotto di te.. ( ) Il segreto di queste scalate è come lo Zen. Non devi pensare. Solo danzare. Saltare di roccia in roccia senza mai cadere, con un bel peso sulle spalle,  è più facile di quanto non sembri;  non si può cadere quando si è presi dal ritmo della danza.. () Il silenzio è così intenso che riesci a sentire il rombo del tuo sangue nelle orecchie, ma molto più forte  di questo suono è il rombo misterioso che ho sempre identificato  col rombare del diamante della saggezza, il misterioso rombo del silenzio stesso, un grande Sssst  che ricorda qualcosa che ci sembra di aver dimenticato nella tensione dei nostri giorni fin dalla nascita.’

Il viaggio lento è un viaggio interiore che può essere fatto soltanto liberandosi di ciò che è superfluo, di ciò che appesantirebbe inutilmente le nostre spalle e ostacolerebbe la danza, tenendoci troppo attaccati a terra.  Eliminando ciò che non è necessario, scopriamo che ci basta davvero poco. Solo così, forse, ci è evidente e ci appare nudo, pulito, il senso delle cose, riscopriamo il nocciolo duro e liscio di ciò che è essenziale. Sentiamo che camminare può essere un’occasione per liberarci dalla schiavitù degli oggetti e degli schemi mentali a cui inevitabilmente ci siamo abituati. Impariamo di nuovo a lasciare fluire la nostra essenza preziosa, e la libertà che ci siamo ripresi diventa visibile e luminosa, nei nostri gesti.

‘…questo è l’atteggiamento giusto per il Bardo, il Pazzo Bardo Zen delle antiche piste del deserto, capite è tutto un mondo pieno di nomadi con lo zaino in spalle, Vagabondi del Dharma che si rifiutano di cedere all’imperativo generale che li porta a consumare e dunque a lavorare per il privilegio di consumare, tutte quelle schifezze che nemmeno volevano davvero tipo frigoriferi, televisori, macchine, o perlomeno macchine nuove ultimo modello, certe brillantine per capelli e deodoranti e un sacco di robaccia varia che nel giro di una settimana trovi comunque nella spazzatura, tutti prigionieri di un sistema per cui lavori, produci, consumi, lavori, produci, consumi, con l’occhio della mente vedo una grandiosa rivoluzione di zaini migliaia o addirittura milioni di giovani americani che girano con lo zaino in spalla, che salgono sulle montagne a pregare, fanno ridere i bambini e rallegrano i vecchi, rendono felici le ragazze e ancora più felici le vecchie, tutti Pazzi Zen che girano scrivendo poesie che prendono forma nella loro testa senza una ragione precisa e inoltre essendo gentili e avendo anche certi imprevedibili gesti strani continuano a elargire visioni di libertà eterna a tutti e a tutte le creature viventi.’  

Jack Kerouac, I vagabondi del Dharma

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