Il ritorno a casa, di R. Carnovalini

Tornare a casa da un lungo viaggio a piedi mi procura ogni volta delle sensazioni non proprio piacevoli.

Mi sembra che all’improvviso la mia vita perda la bussola: non abbia più un senso e neppure una direzione e una meta precisa.

Mi sembra che le mille cose da fare nella vita stanziale si succedano in modo scombinato. Mi mancano la strada, le mete intermedie, i punti d’arrivo, un ruolino di marcia. Mi mancano il faticare e il raccogliere i frutti del cammino.

E anche gli eventi atmosferici a cui non si può sfuggire quando si vive fuori: la pioggia, il sole, la grandine, il vento. Chiudendo la porta di casa lascio fuori l’incertezza e la mia condizione di bipede permeabile. Finisce l’incessante interrogativo “cosa ci sarà dietro ogni curva”. Finiscono le scoperte e la ricerca al ritmo dei propri passi.

Qualcuno dice che partire è un po’ morire. Per me è l’esatto contrario: arrivare è un po’ morire. Si chiude un sogno e si torna alla realtà. Giù lo zaino e gambe sotto la scrivania.

Per anni, fra un viaggio e l’altro, la mia scrivania a cui tornare è stata a La Spezia, una città difficile da sentire propria. Porto di mare, ai confini della Liguria, ai confini della Toscana, con il parmense lì dietro tanto da sentirne i “ve’”. La Spezia mi ha sempre aiutato a partire.

Potevo tollerare il ritorno a casa, ma solo perché era tra un viaggio e l’altro.

 

Riccardo Carnovalini

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