Il Rio Bovina seguendo le capre

Dai grandi fiumi a un piccolo rio sotto casa con un salto temporale di vent’anni. Non sempre i cammini sono cercati e voluti. Può capitare di vivere in campagna e di scegliere di allevare uno degli animali più discoli che ci siano. E può capitare che un piccolo branco di capre camosciate decida di non stare alle regole e di prendere per la tangente. Quale migliore tangente di un corso d’acqua? Lungo un rio si beve e si mangia: c’è acqua e ci sono vegetazione infestante e rovi, vere ghiottonerie per questo rustico e indisciplinato quadrupede.
Posso mettere così nel mio curriculum una discesa veloce di un torrente alle spalle di una ventina di cornute esploratrici del regno dell’incolto e della rinaturalizzazione dopo secoli di uso agricolo.
Io trafelato, sudato e graffiato; loro più contente che mai, per niente pentite e pronte semmai a nuovi territori da esplorare, ma soprattutto da mangiare. Loro il paesaggio se lo fanno passare fra esofago e rumine.
Tutto ciò in un territorio, l’Alta Langa; in un comune, Paroldo; lungo un piccolo torrente, il Bovina. Una decina di chilometri in tutto, scende dalla frazione Viora fino a confluire nel Torrente Cevetta a Ceva. La strada provinciale Ceva-Paroldo lo fiancheggia in alcuni tratti, mostrando alte balze di arenaria. Se mai un giorno le guardaste, immaginatemi lì appeso. Su questo terreno verticale le capre mi hanno sfidato. Sono posti da guardare da sotto o da scendere in corda doppia. Invece mi è capitato di andare a recuperarle su qualche terrazzino mentre assaporavano i fiori e i lunghi steli tondeggianti della ginestra o le foglie forse più dolci di un ciliegio.

 

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