Il Lago Verde, di R. Carnovalini

3. Arrivò il momento di mettere in cantiere il primo campeggio.

Un amico ci aveva parlato di un posto magico sull’Appennino tosco-emiliano, catena montuosa che, nel nostro immaginario di ragazzi di città, era himalayana, era il limite.

Un sopralluogo aveva preceduto il campeggio, che fu di due settimane consecutive. Niente acqua corrente, niente energia elettrica, solo un edificio fatiscente che era servito agli operai per la costruzione di una diga e che avremmo utilizzato come casa.

1.500 metri di altezza, faggi, pascoli, fioriture, silenzi. Fuori dal mondo, sballati di due ore perché cambiò l’ora legale e spostammo al contrario le lancette.

La carne che avevamo messo nel lago perché si conservasse - Lago Verde, così si chiama il luogo di cui vi parlo - se la mangiarono le sanguisughe.

Ma patate e pasta ci sfamarono, insieme ai mirtilli e ai lamponi che maturarono copiosi, confermandoci il miracolo della terra che sostiene e nutre.

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