Fuori dall’inverno, nell’unica direzione possibile

È stato un inverno duro. Sovente hai desiderato di svegliarti in un altro letto, accanto a qualcuno, o a qualcun altro, o qualcuno che ormai è irrimediabilmente distante. Di rado (ma è successo, anche se stenti a confessarlo), nelle mattine scure in cui imperversa la buriana, hai desiderato di non svegliarti più. Alcune volte hai desiderato di svegliarti con un’altra faccia, nuovi capelli, mani capienti, capaci di contenere molta terra, e nella terra radici, sopra la terra fusti, più sopra ancora foglie, possibilmente fiori. Più spesso, assai più spesso, regolarmente, ti sei svegliato e basta. Non hai desiderato nulla.

È stato un inverno duro. Ogni mattina, dopo esserti alzato, hai fatto la doccia, ma solo per consuetudine. Meccanicamente hai preparato la caffettiera. Mentre il caffè saliva, fissavi il tuo vicino di casa, oltre il vetro della finestra che ancora non hai riparato. Anche lui preparava la caffettiera, indossava il tuo stesso accappatoio, fissava il suo vicino, sempre dopo la doccia, e lo sguardo di chi è vagamente perduto, le sopracciglia inarcate, come a voler dire qualcosa che non si può o non si sa dire, la sfumata percezione di essere solo un corpo appoggiato verticalmente nel piano orizzontale della cucina. L’odore del caffè non lo riconoscevi più.

È stato un inverno duro. C’era quel tizio, al bar, nella pausa pranzo dall’ora x all’ora y, che parlava di politica. Saliva in piedi sul bancone, sbraitava contro quello e contro quell’altro, diceva che saremmo precipitati tutti. Giù, giù, nella scarpata. Tutti, rotolanti e terrorizzati. Non sapevi controbattere. Tornavi in ufficio con la fronte corrugata dai pensieri. Lavoravi, ma con scarsa dedizione. Prefiguravi la scarpata, giù, giù in fondo, il torrente in piena, la corrente indomabile, gli scogli scivolosi, la cascata repentina, rimanere sott’acqua per minuti, rimanere tra i pesci, rimanere giù.

È stato un inverno duro, ma sta per finire. Tra poco si scioglieranno le nevi. Dai tronchi, dalle buche, dalle gallerie, usciranno in molti, dopo il letargo. Ci saranno uova che si schiuderanno. Il tizio del bar non ci sarà più. Avrai voglia di riparare il vetro della finestra. La mattina troverai fiori nelle mani. Dopo il lavoro ti attarderai sulla strada del ritorno, sotto il sole, incrocerai il tuo vicino, avrete vestiti diversi, per la prima volta vi parlerete, lo inviterai a bere il caffè da te, verrà. Il caffè tornerà ad avere un odore preciso. Il ghiaione della scarpata non ti atterrirà. I pensieri caduti giù, a poco a poco torneranno su.

Ora scegli, se entrare a piè pari nella primavera, o se contemplarla da fuori. A piè pari significa dire arrivederci al vicino, all’accappatoio, al caffè, alla finestra, alla scarpata, ai pensieri che vanno su e giù. Prendere un aereo per Madrid, un autobus per Burgos, scendere e dopo pochi passi vedere riflesso il tuo volto nel río Arlanzón, scalare le altissime guglie della cattedrale, ergersi sopra ad ogni titubanza, quindi abbandonare le ingannevoli sicurezze della città, affrontare gli smisurati altipiani della meseta (dire, ogni mattina, prima di porsi in marcia, come hanno detto milioni di pellegrini prima di te: “hoy será un buen día”), intraprendere una generosa lotta con l’orizzonte, fare a meno di molte parole vane, essere un semplice pellegrino, nient’altro che un forestiero, un viandante senza nome, per tutti gli altri in direzione ostinata e contraria, per te, per quelli come te (come noi), nell’unica direzione possibile.

Fai tu. Fuori: buona fortuna. Oppure: dentro, a piè pari.

 

Luigi Nacci

 

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