Verso Ky e Thangud, per visitare gli antichi monasteri

Il mattino seguente, scendendo da Kibber visitiamo quel nido d’aquila che è il monastero di Ky gompa, dove con un anno d’anticipo, fervevano già i lavori di ristrutturazione in preparazione della grande festa del Kalachakra ( festa dell’iniziazione al buddismo) che si sarebbe poi svolta nell’Agosto del 2000, alla presenza di Sua Santità il Dalai Lama (ho saputo poi da alcuni testimoni che la festa è stata organizzata in maniera troppo dilettantistica…all’indiana).

Scendendo ancora siamo poi arrivati alla prima ed unica “città”della zona.
Kaja è il capoluogo dell’intera regione. Adagiata lungo il corso del fiume Spiti, a ridosso di alte falesie, la cittadina, in lento ma costante sviluppo, rimane pur sempre uno sperduto centro himalayano. Un luogo abitato da indù e bothia dove si respira aria di frontiera. Facciamo un giro nel bazar e poi “tutti a letto”, domani ci attende una tappa dura.

Eccoci dunque di nuovo in viaggio, preceduti dai nostri bravi cavalli che portano tutto il necessario. Il sentiero che sale a zig zag su per il costone, appare tanto ripido da sembrare impossibile. Poi, passo dopo passo, prendendo un ritmo lento e facendo varie soste, ci ritroviamo incredibilmente alti sull’abitato di Kaja che adesso ci appare come da un aereo.

Le cime di montagne senza nome ci accompagnano fino al bordo roccioso. Poi, usciti dall’enorme spaccatura nella quale scorre il fiume che da il nome all’intera regione, come già successo durante il primo giorno di cammino, il paesaggio si fa improvvisamente più dolce, verde e agreste (probabilmente le piogge, per ragioni climatiche non riescono a raggiungere l’interno della stretta valle che perciò rimane desertica). In lontananza indovino il rosso monastero di Thangud, abitato dall’ordine monastico dei Kaghyupa. La costruzione, come è tradizione in Tibet, sovrasta il piccolo villaggio che nel frattempo stiamo raggiungendo. Alcuni miserandi bimbi sono intenti ad impastare lo sterco animale che servirà, una volta essiccato al sole, quale prezioso combustibile (oltre una certa quota il legno non c’è più). La scena è medioevale, il confronto con i nostri bimbi è immediato quanto incongruente.

Infatti siamo in una recondita valle himalayana, rimasta dimenticata dal mondo per troppo tempo ed i confronti con la nostra civiltà moderna appaiono fuori luogo. Non possono e non devono essere fatti.
Individuato il posto adatto al campeggio, saliamo ripidamente fino al piccolo ed antico monastero. Incuriosito dai suoni provenienti dall’interno dell’edificio penetro nell’atrio dove ad accogliermi trovo un leopardo delle nevi, impagliato ed appeso al soffitto…oiboh!. Una piccola e bassa porta conduce in un angusta cappella dove il buio è rotto solamente dalla flebile luce dei ceri di burro di yak accesi sugli altari.

La funzione serale (puja) è in pieno svolgimento e nell’entrare congiungo le mani in segno di saluto e di rispetto, abbasso la testa e siedo ad ascoltare. Un gran clamore di piatti, trombette e trombe tibetane accompagna la funzione. I monaci, addossati su tre lati appaiono come spettri illuminati e recitano sacri mantra e giaculatorie antiche di millenni. Le fiammelle dei ceri illuminano le pareti affrescate da mani sapienti appartenute ad’artisti vissuti in ere passate. Poi, preceduti dall’abate, i lama si alzano ed escono verso la luce di un sole che ormai si appresta a soccombere alle tenebre notturne. Disposte le offerte rituali, fra i suoni di lunghe trombe tibetane, essi paiono benedire il sole che tramonta.

“ Om mani padme um - om mani padme um”. Lui, l’astro lucente, di rimando pare benedirci tutti quanti inondandoci di luce rosata per poi scomparire dietro i profili aguzzi delle montagne.

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