Festa alla Rocca di San Leo

Nella primavera del 1213 Francesco d’Assisi e Frate Leone stavano attraversando il Montefeltro quando ebbero notizia di una festa alla Rocca di San Leo.
Che si trattasse dell’investitura di un nuovo cavaliere?

Chi salirà il monte del Signore,
chi starà nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non pronunzia menzogna,
chi non giura a danno del suo prossimo.
Otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.
                                                 Salmo 24, 3-6


In ogni caso era una occasione ghiotta per vedere gente e per parlare del Vangelo e dell’Amore.
Francesco montò su un muretto intonando una canzone:
«Tanto è quel bene che io aspetto, che ogni pena mi è diletto…»
Tra gli ascoltatori c’era Orlando Catani, Conte di Chiusi in Casentino, in cui nacque il desiderio di parlare con quell’uomo «nuovo» e di aprirgli il proprio cuore.
Francesco gli rispose di onorare «… gli amici tuoi che ti hanno invitato per la festa e dopo desinare parleremo quanto ti piacerà.»
L’incontro fu di una tale potente intensità che il Conte volle donare a Francesco il monte della Verna «lo quale è molto solitario e selvatico ed è troppo bene atto a chi volesse fare penitenza o a chi desideri fare vita solitaria
Francesco, dopo aver mandato due compagni a verificare che il luogo fosse «attissimo alla orazione e alla contemplazione», accettò con gioia e l’eremo divenne uno dei luoghi dove amava ritirarsi. Là si rifugiò per l’ultima volta nella tarda estate del 1224 quando, stanco e ammalato, decise di ritirarsi dal mondo.
Il 29 novembre 1223 Onorio III aveva approvato con la bolla «Solet annuere» l’ultima versione della sua regola, la «Regula Bullata», nella quale Francesco aveva dovuto eliminare gran parte delle citazioni evangeliche e dei passaggi lirici e inserire, con la morte nel cuore, diverse modifiche per mitigare alcuni precetti originari come l’esercizio rigoroso della povertà e la dedizione ai lebbrosi.
Era cominciata una nuova vita in cui rassegnarsi ad accettare che la sua salvezza era indipendente da quella dell’ordine che aveva fondato e perseguire l’imitazione di Cristo che era, da sempre, il suo fine ultimo.
Salito al monte sul dorso di un asino, troppo debole per farlo a piedi, fece scaturire una fonte da una pietra riarsa per il contadino assetato che glielo aveva prestato, mentre intorno a lui si radunava una «torma di diversi uccelli, li quali con battere l’ali mostravano tutti grandissima festa e allegrezza…»
Con lui pochi, cari frati. I «tre compagni», Leone, Angelo e Rufino, Silvestro, Illuminato, Masseo e forse Bonizzo.
Nelle notti solitarie a La Verna chiedeva al Signore di poter provare il dolore che aveva provato Gesù Cristo nella Pasqua di morte e di resurrezione e il 14 settembre, mentre leggeva il Vangelo, suo unico libro, gli apparve un uomo con sei ali simile a un serafino, con le braccia aperte e i piedi infissi su una croce.
Poco dopo sulle sue mani e sui suoi piedi comparvero le sacre stimmate, a forma di chiodi, e sul suo corpo le piaghe del Crocifisso.
Il «frate pecorella di Dio», come lo chiamava frate Leone, era diventato «il servo crocifisso del Signore Crocifisso.»
A fine settembre lasciò La Verna e per i due anni che ancora lo separavano dalla morte nascose a tutti, tranne forse a frate Elia che le vide e a frate Rufino che le toccò, i segni delle agognate ferite.

Tratto dal libro: "Tutte le strade portano ad Assisi" di Carla De Bernardi


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